Il riciclo architettonico nell’Antichità o nel Medioevo non nasceva da sensibilità ecosostenibile né da tendenze estetiche, ma come pura esigenza economica: usare materiali di valore, come pietre di buona qualità, era una necessità. Se la pietra era avanzo di un tempio dedicato a Giove, di una statua o di una creatura mitologica, poco importava. La pratica veniva chiamata “canibalismo architettonico” e in inglese si indica con il termine spolia, ormai integrato nel lessico degli studi artistici.
Proprio grazie a questa pratica la Spagna ha risolto un enigma che si celava da anni. Nell’area archeologica di El Monastil, vicino Elda (Alicante), gli archeologi sono riusciti a “decifrare” una figura precedentemente classificata in modo errato.
La luce improvvisa degli elementi naturali
Tutto iniziò negli anni 2000, in occasione degli scavi di una antica murata tardoromana. Tra i reperti recuperati, gli operai sotterrati trovarono una scala di tre gradini, una scoperta che appariva estranea al contesto ma non eccezionale. Fu nel 2001 che le intense piogge spazzarono via parte dei rivestimenti, esponendo un blocco insolito.
L’archeologo Antonio M. Poveda e il suo team, durante i loro rilievi, notarono che un elemento non era pietra comune di cave locale. Le marche di manufatto evidenziavano un passato più antico. Si trattava di un blocco tagliato brutalmente, un tempo parte di una scultura monumentale, adoperata durante l’epoca visigoda o bizantina per essere ridotta a pietra grezza, adatta a formare un gradino.
Un ventennio di incomprensioni
Questo reperto misura appena 31 cm di altezza e 55 cm in larghezza. Lavorata in calcare color miele, rappresenta solamente una porzione minuscola del suo volume originale. La statua manca della testa, ali e zampe, e, per via dell’elevata distruzione, la definizione del soggetto aveva creato confusione per anni. Era una figura femminile iberica? Una divinità di origine ignota?
Una chiave definitiva emerge
Solo nel 2023, grazie al restauro completo eseguito dal Museo Archeologico di Elda, in collaborazione con Ferrán Arasa i Gil, uno tra i principali esperti di scultura romana, si riuscì a stabilire la vera identità. Le linee riferibili a questa minuscola porzione di figura si confrontarono con quelle di altre statue simili situate lungo confini come il limes germanico, in Romania o in nord Italia. La conclusione era inconfutabile: si trattava di una sfinge funeraria romana risalente al primo secolo d.C.
Una funzione spirituale e simbolica
Con i tratti ibridi di leone e corpo femminile, non è un semplice ornamento funebre. La sua identità di psicopompo, guida dell’anima nel dopo vita, svolgeva un ruolo preciso nel contesto rituale del momento. Questa figura, guardando fisso e con atteggiamento feroce, avrebbe allontanato i saccheggiatori e protetto il sonno eterno del defunto. La sua presenza all’ingresso del mausoleo simboleggiava forza, morte e protezione.
Gli esperti riteniamo che questa statua fosse un elemento distintivo appartenente a una famiglia patrizia di Ilici Augusta, l’attuale Elche. Gli abitanti di questa zona, nel fiore dell’imperatore Augusto e gli imperatori che seguirono, competevano nel mostrare il proprio potere attraverso mausolei monumentali, costruiti lungo le strade romane. Ogni statua o decorazione costituiva una declamazione del prestigio sociale.
Il riciclo architettonico e altri esempi
Che i nuovi abitanti non fossero attratti da questo passato culturale non fu un mistero per gli studiosi. Il riciclo di statue e colonne romane come materia per costruzioni o arredi era una pratica diffusa, riconosciuta in diversi centri dell’Iberia. A Badalona (Baetulo), Cuenca (Segóbriga), Jaén (Obulco) e Cádiz (Carissa Aurelia) si possono trovare simili esempi.
I resti archeologici e la reinterpretazione delle strutture
- La Mezquita di Córdoba fu edificata con colonne romane e visigote, comprese quelle provenienti da un Tempio di Giano.
- In Toledo, il Cristo de la Luz fu la trasformazione dalla Moschea Bab al-Mardum.
- La chiesa di San Pietro della Nave, nello spietato riuso, fu costruita con materiale visigodo del VII secolo.
- La basilica di Santa Eulalia in Mérida ha una pianta che sovrappone materiali di un tempio romano dedicato a Marte.
In queste situazioni, le strutture originali si sono integrate in nuovi contesti, spesso perdendo significati originari. Nell’area del Monastil, ad esempio, un unico scavo può dare accesso a strati cronologici che vanno dall’Età del Bronzo al Medioevo. Sembra un puzzle dove ogni pezzo fu reinterpretato, adattato e riciclato in nuove architetture.
Una matrioska archeologica
Nel cuore di Elda, l'archeologia non si è arrestata ma continua ad alimentare nuove ipotesi. Il sito archeologico El Monastil è un esempio emblematico: strati antichi si sovrappongono in un mosaico che unisce la presenza púnica, la struttura romana, l’area bizantina e il periodo visigodo.
In queste terre, la storia fu scolpita e riscritta continuamente, non solo per necessità ma per scelte culturali. I reperti archeologici, custoditi in magazzini del museo di Elda, attendono il momento per essere riesaminati, reinterpretati e ridefiniti.
Immagini: FoxR, per Wikipedia, Flickr (Santiago López-Pastor).