I progressi della trasformazione digitale e l’introduzione sempre più massiccia dell’intelligenza artificiale stanno trasformando in profondità il mondo del lavoro. Ma più i contesti diventano tecnologici e complicati da padroneggiare, più emergeranno le competenze digitali trasversali come un elemento chiave per il successo delle organizzazioni.

Quali sono le soft skill digitali?

Le competenze digitali trasversali non rappresentano esclusivamente la capacità tecnica di utilizzare la tecnologia o di programmare. Si tratta piuttosto di abilità che permettono di orientarsi con confidenza nei nuovi ambienti digitali: capacità di raccogliere, selezionare e trattare dati coerenti; comprensione dei rischi e benefici degli strumenti di intelligenza artificiale; integrazione di queste nuove tecnologie nei processi lavorativi in modo significativo e di proteggere informazioni sensibili e la privacy.

Tali competenze, definite come ibride, costituiscono l'incrocio tra cultura digitale, pensiero critico e organizzazione. Questo le rende utili non solo per i ruoli specialistici, ma in tutte le aree aziendali – commerciale, risorse umane, marketing, produzione, comunicazione, amministrazione, logistica – dove il digitale è ormai presente.

Le cifre della formazione aziendale

Nonostante l’elevato interesse da parte dei lavoratori – il 31% le indica come necessità prioritaria di formazione – solo il 19% ha ricevuto training specifico nel corso dell’ultimo anno. Solo il 22% indica le competenze digitali trasversali come un’area da investire, rispetto a quanto espresso dal 31% come prima richiesta formativa.

La mancata attenzione delle organizzazioni genera un distacco tra i bisogni emergenti della forza lavoro e l’effettivo supporto fornito. Se i lavoratori percepiscono l’urgenza del cambiamento e chiedono strumenti adeguati, la risposta aziendale non è sufficientemente allineata, con il rischio di allargare ulteriormente il digital mismatch.

I problemi di adesione dei lavoratori

Ci sono altri ostacoli non trascurabili: quando i lavoratori partecipano a percorsi di formazione per le soft skill, solo il 36% lo fa, per diversi motivi. La principale causa è la difficoltà di conciliare lavoro e formazione: per il 76% dei lavoratori è impossibile dedicare lo spazio di tempo necessario. Tra gli elementi che fanno da barriera all’adesione figurano:

    • Altre priorità operative più pressanti (34%)
    • Carichi di lavoro elevati e mancanza di tempo disponibile (31%)
    • Mancato incoraggiamento da parte dei manager (19%)
    • Offerta formativa non utile o non adeguata (15%)

Quasi la metà dei lavoratori dichiara inoltre che i manager non incentivano la partecipazione alla formazione in ambito digitale, e lo stesso si dice per la mancata possibilità di dedicarci tempo a sufficienza.

Per il 60% è insufficiente il supporto che viene fornito in termini di risorse e investimenti, segnando una distanza significativa tra dichiarazioni di impegno aziendale e azioni concrete.

Formazione: un investimento strategico

In un Paese in cui il mercato dell’AI si prevede salirà a 1,8 miliardi di euro nel 2025, crescendo del 50%, quelle che distinguono le aziende vincenti non sono semplicemente quelle che adottano di più la tecnologia, ma quelle che riescono a trasformarla in valore reale.

L’AI, infatti, non sostituisce i lavoratori, ma trasforma completamente ruoli, processi e competenze. Le organizzazioni che non riescono a rivedere i propri modelli formativi rischiano di ampliare il divario tra la strategia e le capacità esecutive. Il punto critico si chiama “umano”: sarà la capacità del personale di comprendere, usare e integrare l’AI che determinerà la sostenibilità e il vantaggio competitivo delle aziende.

Per tale motivo, la formazione non può essere relegata a un’attività secondaria o secondaria rispetto all’operatività. È tempo che essa diventi una priorità strategica per le imprese – non un costo, ma un investimento diretto verso la competitività, l’attrattività e la sostenibilità a lungo termine.

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