Nel 2025 l’intelligenza artificiale è diventata il motore più rapido della trasformazione digitale italiana. Il mercato cresce a doppia cifra, l’adozione raddoppia tra le imprese e la PA la considera una priorità, ma il quadro resta diseguale: avanzano grandi gruppi e settori regolati, mentre PMI, territori e competenze frenano la corsa.
Nel 2025 l’intelligenza artificiale è uscita dalla fase delle prove limitate ed è entrata nel perimetro vero dell’economia italiana. Il rapporto Il Digitale in Italia 2026, pubblicato da Anitec-Assinform nel giugno 2026, la descrive come la tecnologia con il più alto tasso di crescita dell’intero mercato digitale nazionale. Il dato più netto è questo: il mercato dell’AI in Italia ha superato 1,3 miliardi di euro, con un aumento vicino al 47% in un solo anno. Nello stesso periodo, il mercato digitale complessivo è salito a 84,4 miliardi di euro, in crescita del 3,4%. L’AI, quindi, non si limita a seguire il settore: ne sta riscrivendo gli equilibri.
Il ruolo dell’AI nelle spese ICT
Il punto non è soltanto quantitativo. L’intelligenza artificiale compare ormai dentro quasi tutte le aree decisive della spesa ICT: cloud, cybersecurity, analytics, automazione documentale, sviluppo software, servizi finanziari, sanità, pubblica amministrazione. Il report la colloca al centro di un passaggio più largo: il digitale non è più un comparto separato, ma una componente strutturale della competitività economica, industriale e amministrativa del Paese. In questa cornice, l’AI è il pezzo che corre più in fretta e che impone alle imprese un salto organizzativo, non solo tecnologico.
L'adozione tra le imprese: una spaccatura chiara
La fotografia più rilevante riguarda l’adozione nelle imprese. Nel 2025 il 16,4% delle aziende italiane con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale. Un anno prima la quota era all’8,2%. In dodici mesi, dunque, l’adozione è raddoppiata.
Il divario dimensionale, però, resta forte: tra le grandi imprese il tasso sale al 53,1%, mentre tra le PMI si ferma al 15,7%. Anche l’uso combinato di almeno due tecnologie di AI cresce, passando dal 5,2% al 10,6%.
Questi numeri raccontano due Italie. La prima è quella delle grandi organizzazioni che hanno dati, budget, governance e infrastrutture per integrare l’AI nei processi core. La seconda è quella delle imprese più piccole, che iniziano a muoversi ma restano esposte a tre limiti ricorrenti: carenza di competenze, scarsa disponibilità di dati strutturati e costi di integrazione con sistemi informativi spesso vecchi. Il rapporto insiste proprio su questo punto: la diffusione dell’AI non dipende solo dall’acquisto di software, ma dalla qualità del dato, dalla capacità di governo e dagli investimenti in infrastrutture.
Il passaggio all’AI generativa e al livello agentico
La fase del 2025 è segnata soprattutto dall’AI generativa. Le applicazioni più diffuse riguardano chatbot, produzione di contenuti, analisi documentale, sviluppo software e automazione del lavoro cognitivo. Ma il rapporto segnala già l’emergere di un secondo stadio: quello dell’AI agentica, cioè sistemi capaci di coordinare attività più complesse con un grado crescente di autonomia. È il passaggio che sposta l’attenzione dall’effetto vetrina alla produttività.
Qui il punto decisivo è economico. Finché l’AI serve a generare testi, immagini o risposte rapide, l’impatto resta confinato a singole funzioni. Quando entra nei flussi di lavoro, nei sistemi gestionali, nella sicurezza informatica, nella manutenzione predittiva, nell’onboarding dei clienti o nella gestione del credito, cambia il modo in cui un’organizzazione produce valore. Il rapporto lega esplicitamente questa trasformazione all’aumento dell’efficienza operativa e alla riduzione dei tempi in attività documentali, decisionali e amministrative.
Il rapporto tra AI, cloud e cybersecurity
L’intelligenza artificiale non cresce da sola. Nel report, i tre motori del mercato 2025 sono AI, cloud e cybersecurity. I servizi ICT aumentano dell’8,1%, spinti proprio da questi segmenti. Il cloud viene definito il modello infrastrutturale dominante, mentre la cybersicurezza supera 2,2 miliardi di euro con una crescita oltre il 12%, anche per effetto delle normative NIS2 e DORA. La connessione è diretta: più AI significa più dati, più capacità di calcolo, più esposizione al rischio, più pressione sulla governance.
Per molte imprese, quindi, adottare l’AI vuol dire prima di tutto rimettere mano alle fondamenta. Servono ambienti cloud ibridi o multi-cloud, server ottimizzati per l’elaborazione accelerata, processi di data governance più maturi, protezione delle identità digitali, monitoraggio continuo delle vulnerabilità. Il rapporto osserva che la domanda di infrastrutture enterprise dedicate all’AI, come server GPU based, sistemi HPC e data center avanzati, è tra i fattori che stanno sostenendo anche il comparto dei dispositivi e sistemi.
Potenziamento nell’analisi dei dati e nell’uso del cloud
L’Italia non parte da zero. Il report segnala un aumento delle pratiche di analisi dei dati nelle imprese: nel 2025 la quota di aziende coinvolte sale al 42,7%, dal 26,6% del 2023. Anche il cloud è ormai adottato dal 68% delle imprese italiane. Sono indicatori che mostrano una base più solida rispetto a pochi anni fa. Ma non basta. Il problema è trasformare questa base in sistemi di AI affidabili e scalabili.
Il limite più visibile è nella frammentazione del tessuto produttivo. Il settore ICT italiano conta oltre 132 mila imprese, ma circa il 90% ha meno di 10 addetti. Anche quando l’offerta cresce, la capacità di affrontare progetti avanzati resta debole sul piano dimensionale. Vale sia per chi vende tecnologia sia per chi la compra. Il rapporto parla apertamente di una difficoltà delle imprese ICT medio-piccole a valorizzare la vicinanza alle grandi filiere industriali del Paese proprio per mancanza di competenze avanzate, accesso ai dati e capitale sufficiente.
Settori trainanti dell’AI
I settori che investono di più sono quelli in cui l’AI si aggancia subito a un vantaggio economic